Le insidie del tessile: lo sfruttamento dietro i nostri vestiti

26 Mag Le insidie del tessile: lo sfruttamento dietro i nostri vestiti

Tutti noi abbiamo un armadio (alcuni anche più di un armadio) pieno di vestiti: magliette, jeans, maglioni acquistati presso i tanti negozi di distribuzione delle varie casa di moda e di abbigliamento.

Ma quanti conoscono lo sfruttamento che ci cela dietro i nostri vestiti?

La maggior parte di questi vestiti non sono Made in Italy, ma sono realizzati in uno dei tanti paesi in cui le marche di abbigliamento delocalizzano la produzione, come ad esempio in Bangladesh.

In Bangladesh sono quasi 2 milioni i lavoratori impiegati nell’industria del tessile che produce e esporta in occidente il cosidetto “Garment ready made“. L’85% di questi lavoratori sono donne che vivono nei tanti slums che popolano la capitale, Dhaka, o l’altro punto nevralgico del paese, Chittagong. Si tratta di ragazze o giovani donne, sposate o non, senza istruzione, arrivate in città dai villaggi rurali in cerca di fortuna. Le condizioni di lavoro in fabbrica sono inimmaginabili: nessun contratto, turni massacranti, salari da fame e spesso pagati in ritardo.  Straordinari, ferie, giorno di riposo, malattia e maternità sono concetti sconosciuti, direi proibiti. Lavorano ammassate in edifici fatiscenti, che non hanno ricambi d’aria sufficienti e che non sono attrezzati con uscite di sicurezza, scale antincendio. Spesso gli edifici crollano o bruciano e le operaie, chiuse dentro a chiave, non hanno scampo. Gli infortuni naturalmente non sono previsti e chi muore sul lavoro semplicemente scompare dai registri, in modo che non ci siano da pagare dei risarcimenti.

Fabbrica del tessile a Dhaka

Fabbrica del tessile a Dhaka

Tutto questo in cambio di circa 30 Euro al mese, il minimo sindacale ottenuto dopo anni di lotte. Con una cifra del genere non si riesce a vivere, nemmeno in Bangladesh. Ne serve almeno il doppio per vivere dignitosamente.

Nonostante i tanti scioperi, che spesso finiscono nella repressione più totale, i sindacati non hanno il peso politico per ottenere il rispetto dei diritti dei lavoratori. E la fame, la disperazione, fanno sì che ci sia sempre manodopera disponibile a sostituire quei pochi che non accettano queste condizioni di lavoro.

Ma le grandi aziende multinazionali che delocalizzano non si interessano della situazione dei lavoratori che producono i loro capi? In genere, no. E quelle poche che si interessano, si accontentano di qualche report fotografico o di brevi visite guidate nelle fabbriche più nuove, quelle presentabili ai clienti occidentali. Ma quello che realmente avviene nel resto delle fabbriche non è dato conoscerlo. I giornalisti, stranieri e non, non sono ammessi.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=SnqFRxuJoGc]

In questo video è possibile vedere una piccola parte del bellissimo documentario Bostrobalikara (ragazze in cammino) di Tanvir Mokammel, regista e autore bengalese. Bostrobalikara racconta appunto quello che c’è dietro al “Garment Ready Made” in Bangladesh, la storia dei lavoratori, dei sindacati, degli incidenti più grossi, delle morti sul lavoro mai risarcite. Io consiglio di procurarvi l’intero documentario, perché è veramente interessante. Ci sono anche delle interviste ad alcuni consumatori occidentali per chiedere se sanno che cosa c’è dietro i loro vestiti e se acquisterebbero più volentieri dei prodotti realizzati senza sfruttamento.

Sì, perché al di là della giusta denuncia, bisogna  anche interrogarsi su che cosa possiamo fare per cambiare la situazione. Su come il nostro stile di vita e le nostre scelte di consumo influenzino la vita degli altri.

E allora diventare consumatori consapevoli diventa un nostro dovere. Chiedersi da dove viene un prodotto, leggere le etichette, informarsi e rifiutarsi di acquistare alcuni prodotti sono armi importanti, con le quali si riesce a fare pressione anche sulle marche più influenti e più grandi. E le richieste di rispettare degli Standard di qualità e di sicurezza sul lavoro, che alcune marche hanno iniziato a imporre come precondizione alle aziende produttrici, possono cambiare le cose.

Siamo noi, dunque, consumatori finali ad avere in mano un grosso potere: scegliere di consumare solo prodotti eticamente e ambientalmente sostenibili. Perché anche con un semplice acquisto possiamo realizzare il cambiamento.

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2 Commenti
  • sergio
    Scritto alle 17:07h, 24 Maggio Rispondi

    Buona sera,

    il problema è che sono veramente poche le aziende di abbigliamento che non schiavizzano le popolazioni, compresi i bambini, dei paesi del terzo mondo. Ha una lista di aziende da cui comprare, anche online, che seguono un’etica del lavoro equo?

    Discorso diverso per le scarpe. In Italia ed in europa ne produciamo tantissime…

    Grazie

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